Rinaldo Bertossa
1893 - 1972

Il segreto del Nonno
1966

Il segreto del Nonno
Copertina e disegni Ugo Cleis
SJW Heft Nr. 865
Hier publiziert mit freundlicher Genehmigung des
Schweizerischen Jugendschriftenwerks SJW - OSL - ESG

Dovete dunque sapere che da ragazzo andavo, insieme con mio fratello e mia sorella, a passare le vacanze nel paese della mamma, in una valle circondata di alte montagne. La casa del nonno e di zia Gertrude, ai quali eravamo affidati, si trovava in fondo al villaggio e aveva davanti un cortiletto e, un po' più in là, una distesa di prati.

Era una delle poche case situate al piano; le altre salivano, addossandosi una all'altra, lungo la costa che si appoggia ai fianchi della montagna. In cima, su una spianata, sorgeva la chiesa; lassù era la parte più vecchia del villaggio; ci stava anche zio Rodolfo e noi ci andavamo a giocare col cugino Giorgio che aveva su per giù la nostra età.

Le prime volte, arrivando nel paese, ci si stringeva il cuore; l'idea di dover restare a lungo in quel luogo ci sgomentava. Tutto ci pareva piccolo e povero; la gente ci sembrava differente da noi, come se appartenesse a un altro mondo. Poi, a poco a poco, ci si faceva l'abitudine e non ci si pensava più.

Nel salire per quelle viuzze, incassate tra case orti e stalle, attraversate da cordoni sbilenchi, ci capitava di fermarci meravigliati a guardare i cespi verdi sporgenti dai muri, i ricami dell'erba fra i ciottoli del selciato; pieni di stupore passavamo sotto i ballatoi sconnessi che facevano da tetto alla strada; a tastoni entravamo in qualche portico oscuro; sorpresi sostavamo davanti a vecchie porte a volta, di pietra viva. Ci parevano belle o brutte queste cose? Non saprei dirvelo. In ogni modo stuzzicavano la nostra curiosità.

Ogni tanto qualche uscio o qualche finestra si spalancava; qualcuno si affacciava per invitarci a entrare. Erano parenti che ci accoglievano con gran festa, ci abbracciavano, ci chiedevano notizie del babbo e della mamma, e non finivano di spiegarci il perché e il percome della nostra parentela. Da ultimo ci facevano entrare nel tinello, che essi chiamavano «stua», foderato di legno, con la gran stufa di pietra nera, i quadri e i ritratti di famiglia alle pareti e le piantine verdi sui davanzali delle finestre. A noi non pareva vero che in quelle rustiche dimore si potesse trovare un luogo così piacevole. La raccolta intimità della «stua» ci faceva passar sopra a certe dimostrazioni che ci riuscivano moleste. Forse c'entrava un certo tornaconto: nell'uscire avevamo le tasche piene di mele, noci, nocciole e altre cose buone. Mia sorella Chiarina, no; non riusciva a vincere la sua avversione. Bisognava compatirla; essendo la più piccola era anche la più sacrificata. La si prendeva in braccio, la si brancicava e sballottava come una bambola, e lei si sentiva offesa nella sua dignità di signorinella di otto anni. Soprattutto non poteva sopportare una certa zia Veronica che si sfogava sbaciucchiandola senza pietà. Quando dovevamo andar lassù, la bambina pestava i piedi e ci obbligava a cambiar strada per non passare davanti a quella casa.

Se di giorno potevamo scorrazzare liberamente per le strade del villaggio, la sera dovevamo invece restare in casa o nelle vicinanze. Lì si giocava coi ragazzi del vicinato, sorvegliati da zia Gertrude, che accorreva a sedare i nostri tumulti e a farci smettere qualche giuoco troppo pericoloso.


Non era più tanto giovane zia Gertrude; magra come un picchio, ma svelta e instancabile come una formica. Dopo aver sfaccendato tutto il giorno, la sera aveva sempre davanti bracciate di roba da rattoppare. Naturalmente chi le dava più da fare erano i nipoti, tutti, più o meno, incorreggibili sciuponi. Come avrebbero fatto le loro mamme senza il suo aiuto?

A noi zia Gertrude faceva veramente da mamma. E che mamma, ragazzi! Vorrei che tutte le vostre mamme fossero come zia Gertrude! Ci voleva un ben dell'anima, non ci lasciava mancar nulla; ci dava anche molta confidenza e aveva sempre qualche cosa da raccontare. Senza interrompere il suo lavoro parlava del tempo in cui era ragazza.

Zia Gertrude

«Avevo buona memoria e imparavo facilmente; a scuola ci andavo volentieri. Allora però non c'era l'obbligo e mi si teneva sovente a casa ad aiutare la mamma. Ero la prima di sette fratelli e mi toccò incominciare presto a lavorare. Già da ragazza la mia vita non fu molto allegra!»

«Zia, raccontaci del tuo maestro!»

Maiale
«Era un rifugiato italiano: piccolo, sbarbato, sempre vestito di nero. Si dava aria d'importanza e passeggiava per le strade leggendo il giornale. Ma sapeva il fatto suo e insegnava bene. Lo stipendio era magro e per sbarcare il lunario allevava un maiale. Una mattina, cerca e ricerca, la bestia non si trova più; qualcuno gliela aveva portata via. Il povero uomo era desolato e se ne lamentava anche con noi in scuola. Alcuni giorni dopo, che è che non è, sentiamo un gran scampanellare per la strada. Corriamo alle finestre e vediamo il maiale del maestro che andava in cerca del padrone con un campanaccio al collo. Per quel giorno, addio scuola! Tutta la scolaresca si precipita sulla strada a inseguire la bestia spaventata e a ricacciarla tra urli e risate nel porcile!».

Ricordando quella scena zia Gertrude rideva ancora fino alle lacrime. Poi si ricomponeva e concludeva malinconicamente: «Povero maestro, era nato anche lui sotto una cattiva stella. In seguito a pressioni politiche, o che so io, dovette abbandonare il paese. Pochi anni dopo si venne a saperee che era morto in Francia di stenti e di miseria. Dio l'abbia in gloria, povero uomo!»

Da giovane zia Gertrude aveva dovuto mettersi a servizio ed era stata in molti posti: a Lucerna, in Piemonte, in Riviera. Di quel tempo ricordava molti episodi che ci narrava con un brio particolare. Raccontava di certe sue amiche, le quali, sposandosi, avevano creduto di fare una gran fortuna. Invece, poverette, erano inciampate male e avevano avuto una vita molto tribolata. Una volta a lei era toccato un ottimo posto; meglio non avrebbe potuto desiderare. Ma vedi disdetta! Proprio allora ricevette la notizia che sua madre stava male. I padroni non volevano lasciarla partire. Lei tenne duro e corse ad assistere la mamma. Quando questa mori dovette restare a casa a provvedere ai fratelli. «Ho dovuto sacrificarmi», concludeva, «ma non mi sono pentita; il bene che si fa lo si ritrova!»
Come vedete le cose che zia Gertrude raccontava non erano sempre liete. Sapeva però mettere in tutto tanta bontà, tanta fiducia che noi ne uscivamo sempre con la mente e il cuore sollevati. E se mai, girava il discorso e la conversazione ridiventava serena e scherzosa.

Qualche volta noi, ragazzacci senza giudizio, abusavamo della sua indulgenza e diventavamo indiscreti.

«Zia Gertrude», le domandammo una sera, «perché non ti sei sposata?»

«O bella, perché nessuno mi ha voluta!» rispose pronta. Rideva poi di gusto vedendoci restare a bocca aperta, e commentava: «Di tribolazioni ne ho avuto la mia parte. Il paradiso credo di essermelo guadagnato, anche senza sposarmi!»

Con zia Gertrude si poteva ridere e scherzare, ma non già prendere le cose sottogamba. Quando faceva sul serio era sul serio davvero. Ce ne occorgemmo quella volta che invece di andare in chiesa, dove ci aveva mandati, andammo a dare la scalata a un orto dove c'erano belle pere mature. Ritornammo a casa in ritardo e per giustificarci inventammo non so che storiella. Ma zia Gertrude era già informata. «Ah sì? oltre al resto anche le bugie?» disse, e senz'altre cerimonie ci mandò a letto.

«Ma zia, e la cena?» chiedemmo timidamente.

«Per questa sera vi basteranno le pere della Geppa!» rispose. Non valsero suppliche. Dovemmo rassegnarci ad andare a dormire a stomaco vuoto.

In casa era lei che comandava. Il suo governo era dolce e sereno, ma anche deciso e tenace. Il nonno stesso doveva accettarlo. Credo che zia Gertrude fosse l'unica che si permettesse di rimproverarlo; senza mancargli di rispetto, s'intende, ma anche con molta risolutezza. Come quel dopopranzo che andò da solo, senza avvertir nessuno, sul Monte delle betulle, e nel ritorno fu sorpreso da un acquazzone. «Ma che cosa vi salta?» lo redarguì la zia, «che bisogno c'era di andar lassù con un caldo compagno e un temporale per aria? a rischio di buscarvi qualche malanno!»

Peggio fu quando gli capitò di salire sul ciliegio in fondo al prato e di cadere in un boschetto di pruni. Arrivò a casa appoggiandosi ad un bastone, col viso e le mani graffiate e sanguinanti. Zia Gertrude, vedendolo, si spaventò e gli fu attorno piena di premura e di compassione. Quando seppe la storia incominciò a stizzirsi. Lo fece andare a letto (anche lui povero nonno!) e, nonostante le sue proteste, e che non era niente, e che sarebbe guarito da sé, mandò per il medico. Non era niente infatti. Ma la ramanzina venne lo stesso, anzi più severa delle altre volte.
Zia Gertrude avrebbe volentieri fatto valere la sua autorità anche nella famiglia di zio Rodolfo. Fino ad un certo punto la cosa andava ed era anche giustificata. Lo zio voleva bene a sua sorella e non dimenticava che gli aveva fatto da mamma; accettava quindi i suoi consigli. Ma a zia Giovanna non garbavano le ingerenze della cognata e badava a tenersela lontana. A onor del vero bisogna però dire che ad una rottura vera e propria non si arrivò mai: qualche parola pungente da una parte, un po' di broncio dall'altra e tutto finiva li.

Come ho già detto zio Rodolfo stava in cima al paese. La casa del nonno formava un'altra famiglia. L'azienda agricola però era una sola; i lavori di campagna si facevano insieme. Quando veniva il tempo anche noi ragazzi dovevamo metterci sotto. Conducendoci lassù la mamma diceva al nonno e a zia Gertrude: «Mi raccomando, fateli lavorare. Devono imparare a guadagnarsi il pane. In casa nostra non c'è posto per i fannulloni».

Colazione

E lassù si stava ai patti. Gli uomini uscivano allo spuntar del giorno con la falce in spalla; noi li seguivamo più tardi con la colazione. A me, che ero il più grande e avrei dovuto essere il più giudizioso, toccava il secchiello col caffelatte bollente; mio fratello e mia sorella si alternavano nel portare la sporta col pane, il companatico e le stoviglie di ferro stagnato. Dopo il pasto si riprendeva il lavoro. Procedendo a passi lenti e uguali, con un movimento semicircolare delle braccia e delle spalle, i falciatori affondavano le lame taglienti nell'erba, che si ammucchiava e formava righe lunghe e curve come onde. Zio Rodolfo era il falciatore più forte e teneva testa anche ai segatori valtellini pure molto bravi. Però anche mio cugino Renzo, cne aveva 18 anni, si sforzava di non restare indietro. In una mattinata il prato grande della «Fattoria» era spianato.


Il nonno con i suoi 84 anni, naturalmente, non poteva mettersi alla pari con gli altri. Si accontentava di venir dietro a raspare con la sua falce intorno alle pietre, rasente ai muri, dove gli altri avevano lasciato qualche ciuffo d'erba. «Anche l'occhio vuole la sua parte!» diceva, e non era contento fintanto che non vedeva il prato liscio e pulito come il palmo della mano. Noi ragazzi dovevamo disfare i mucchi e spandere l'erba per tutto il prato. Verso mezzogiorno dovevamo voltarla col rastrello. A sera di nuovo mano a forche e rastrelli per radunare e ammucchiare il fieno secco.

Il nonno ci aiutava e badava che il nostro lavoro non fosse troppo affrettato. Perché, a dire la vera, se in principio ci pa¬reva un divertimento, dopo qualche tempo ne eravamo stufi e cercavamo solo di finir presto. Volentieri ci avremmo rinunciato. Ma come rifiutarci quando il nonno e zia Gertrude

Nonno

insistevano con tanto garbo? Del resto ci saremmo vergognati di andare a spasso mentre tutti gli altri lavoravano. In quei giorni un ra¬gazzo che stesse bighellonando per le strade non lo si trovava a pagarlo un sacco di quattrini.

Rincasando la sera eravamo rotti dalla fatica, ma orgogliosi; si, proprio orgogliosi di aver lavorato e di essere stanchi. Di appetito ne avevamo sempre d'avanzo; la notte dormivamo come ghiri. Ci capitava persino di addormentarci sui sedili di pietra, davanti alla casa, dove uscivamo insieme a recitare le orazioni della sera. No, non era irriverenza; dipendeva dalla stracchezza, dalla dolcezza dell'aria, dal canto sereno dei grilli che saliva dai prati vicini...

Poi veniva la fienagione sui monti.

Quell'anno ci andammo con zio Rodolfo e i suoi figli.

Per noi era una festa. È vero che anche sui monti il lavoro non mancava; oltre a quello solito dei prati dovevamo andare ad attingere acqua ad una fontanina abbastanza lontana dalla cascina; ci si mandava per latte sull'alpe vicino, oppure nel bosco a raccoglier legna; dopo i pasti bisognava rigovernare. Questo maggior lavoro era però ricompensato dal piacere di vivere alla rustica come un popolo primitivo. E neppure ci mancavano occasioni di svago. Mentre gli uomini riposavano noi andavamo nei boschi vicini a costruire capanne di rami, a cercar resina da masticare, ad arrampicarci sui larici, a far scorpacciate di mirtilli. La sera andavamo a caccia nel fienile. Gli steli ci pungevano le gambe, ci penetravano nelle orecchie; qualche cavalletta veniva a passeggiarci sul naso ... inezie! Nonostante questo dormivamo sonni beati.

L'ultimo giorno che restammo sul monte non c'era più tanto da fare. Il cugino Renzo ci condusse a fare una gita in montagna, come gli aveva suggerito il nonno. Passammo per l'alpe, salimmo per i pascoli alpini fino dove cessa ogni vegetazione. Poi su ancora fra magre zolle disseminate di pietrame. Su un ripiano, ai piedi di una cresta nuda, trovammo un piccolo nevaio. Neve sporca e bagnata, ma insomma neve. Naturalmente volemmo camminarci sopra e toccarla. Ci parve gran cosa veder neve in quella stagione e averla così a portata di mano. «Se vogliamo arrivar lassù non possiamo perder tempo!» ci ammoni Renzo indicandoci con la punta del bastone una gran tacca nella montagna, dove questa confinava col cielo.

Cima

Non pareva lontana, ma non ci si arrivava mai. Finalmente, dopo aver attraversato un'interminabile pietraia e scavalcato certi macignoni che ci contrastavano il passo, fummo in cima. Non è facile dire quel che provammo trovandoci lassù. Eravamo, per così dire, a cavalcioni sulla montagna. Guardando giù, dall'altra parte, quasi a picco sotto di noi, lo specchio ovale di un laghetto alpino; più in basso, pascoli e boschi; in fondo a una voragine, le casette brune di un villaggio. Di qua, dalla parte di dove eravamo saliti, paurose pietraie, l'alpe, valli e valloncelli tra cui si sprofondava un gran solco. Molto in basso, sul promontorio che sovrasta il villaggio e la Fattoria, le rovine di un castello si scorgevano appena. Eravamo sospesi tra due abissi, in un mondo di rocce nude, di picchi aguzzi, di creste frastagliate. Stavamo in ascolto, col fiato sospeso ... nessun suono, nessuna voce... un silenzio che impressionava! ...

Quasi senza parlare ricliscendemmo verso il monte dove ci si aspettava.

La sera arrivammo tutti insieme in paese. Avevamo la faccia bruciata dal sole; i buchi nei pantaloni e gli strappi nelle camicine non si contavano; tra il sudore e la polvere, e il non esserci mai lavati in quei giorni, dovevamo anche essere sudici come certi animali. Vedendoci zia Gertrude si mise le mani nei capelli. Il nonno non disse nulla; mi parve però che un sorriso gli tremolasse tra i peli della barba.

Appunto del nonno vi parlo ora un po' più diffusamente.

Il padre di mia madre era un uomo di media statura; camminava un po' curvo, a passo lento ma sicuro; portava in testa una papalina color cioccolata; non ricordo di averlo mai visto senza la papalina, né in casa nè fuori; vorrei dire che la papalina faceva parte della sua fisionomia. Indebolito dagli anni aveva dovuto ridurre la misura del suo lavoro. Era però ancora lui che dirigeva, diceva come bisognava fare, stabiliva quando e dove si doveva incominciare. Andava avanti a cercare i termini, segnava nell'erba il confine tra il suo fondo e quello del vicino, e non c'era pericolo che sgarrasse di un centimetro. «Quello che è giusto è giusto, tanto per una parte quanto per l'altra!» diceva a chi sembrava poco convinto di questa sua scrupolosità. La sera usciva nel cortile; col naso e la barba all'aria scrutava il cielo e fiutava il vento. «Domani il tempo sarà così e così; bisogna fare questo e quest'altro!» diceva; e quasi sempre indovinava. Non alzava mai la voce il nonno; non aveva mai l'aria di comandare. Ma tutti stavano a quello che diceva.

Cessata la furia della fienagione, quando non eravamo occupati altrimenti, noi ragazzi andavamo con lui alla Fattoria, dove aveva sempre qualche cosa da fare. Era la Fattoria una costruzione a due piani ai piedi della montagna, a un tiro di schioppo dal paese. Ora serviva da stalla, da fienile e da rimessa, ma un tempo era stata casa d'abitazione. Li il nonno era nato e aveva trascorso la sua gioventù. Ma non era una casa come le altre. Appariva vecchia, ma ancora solida con qualcosa di distinto che noi ragazzi non sapevamo spiegare. A pianterreno, lungo la facciata, correva un portico formato da quattro arcate. I soffitti del portico e dei locali adiacenti erano a volta. Uno scalone massiccio di pietra conduceva al primo piano; questo comprendeva un andirivieni di corridoi, androni, stanze piccole e grandi. Qui tutto era vuoto, nudo, abbandonato, salvo una cameretta dove il nonno, di tanto in tanto, andava a rinchiudersi come un monaco nella sua cella. Che cosa c'era in quella camera? Che cosa faceva il nonno così solo? Non avevamo mai potuto saperlo. A pianterreno si trovava un altro piccolo locale sempre chiuso a chiave. Ma li, almeno in compagnia del nonno, potevamo entrarci; qualche volta ci fermavamo anche a lungo. Quello era l'officina del nonno, ben fornita di pialle, seghe, scalpelli e altri arnesi da falegname; vi si trovava persino qualche utensile da fabbro. Bisognava vedere con quale abilità il nonno se ne serviva per riparare ogni sorta di oggetti e anche fabbricare cose nuove. Noi stavamo incantati a vedere i trucioli che sgusciavano arrotolandosi dalla pialla, i ferri arroventati che si piegavano docili sotto i colpi di martello.

«Nonno, dove hai imparato a fare tutte queste cose?»

«Ho imparato da me, guardando come fanno gli altri!» rispondeva con un sorriso malizioso. Poi aggiungeva: «Chi vive in campagna deve saper fare un po' tutti i mestieri. Si starebbe freschi se si dovesse ricorrere ogni volta all'opera degli artigiani!»

Noi morivamo dalla voglia di prendere in mano quegli strumenti e di adoperarli. Qualche volta il nonno ci accontentava; ci teneva però d'occhio perché non succedesse qualche guaio. Scuri e altri ferri pesanti da taglio non voleva che si toccassero.

Diceva: «Sono arnesi pericolosi e voi siete ancora inesperti. Le disgrazie, per quanto è possibile, bisogna prevenirle!» Questa preoccupazione del nonno ci pareva eccessiva. Però sapevamo perchè non ci lasciasse entrare soli nella sua officina. Il mistero di quella camera sempre chiusa in fondo a un corridoio del primo piano, no, non potevamo capirlo; perché a detta dei cugini, non vi si trovava altro che cartacce e vecchi libri.

Stando alla Fattoria passavamo gran parte del tempo all'ombra del vecchio castagno, che si trovava ad una ventina di passi dal fabbricato. Era un bel posto e si prestava ai giuochi più svariati; ma soprattutto li il nonno raccontava.
Perché tra le altre singolarità che avevamo notato in lui c'era anche questa: mentre a casa parlava poco e quasi solo per bisogno, trovandosi li con noi diventava più loquace, scherzava persino. Quando veniva a riposare ai piedi del grande albero, noi gli sedevamo intorno e pendevamo dalle sue labbra.

Ci parlava della grande alluvione che aveva devastato le più belle campagne del paese, portando via fienili stalle e cascine col raccolto dell'annata, e per di più il vecchio ponte di sasso, di fronte al paese... Poi, del furioso incendio che aveva incenerito una parte del villaggio, cioè quella più bassa, vicino allo stradone, dove ora si vedono tutte quelle case nuove.. Poi, della guerra del '70 ...

«Nonno, sei stato tu in guerra?»

«In guerra proprio, no. Ma l'ho vista da vicino. Mi trovavo a Parigi con altri emigrati. La città venne assediata; non entravano più viveri; per sfamarsi si arrivò persino a mangiar topi!»

«Topi?» domandò la Chiarina sbarrando gli occhi.

«Sicuro, topi grossi così, che si pagavano fino a venti franchi!»

Nonno e bambini


«Piuttosto sarei morta di fame!» protestò la bambina inorridita. Poi aggiunse: «Ma perchè, nonno, ci racconti queste brutte cose? racconta qualche cosa di bello, da ridere!...».

Il nonno si fece pensieroso e disse come parlando a se stesso:

«È vero. Noi ricordiamo più facilmente i giorni tristi. Le ore felici si dimenticano presto. Dio sa perchè! Forse è necessario per non montare in superbia e vivere troppo spensieratamente!»

Il nonno non metteva nei suoi racconti il fervore e l'estro di zia Gertrude. Egli parlava con calma, intercalando lunghe pause; i suoi occhi erano fissi nel vuoto, come se vedesse i fatti che narrava. Noi ascoltavamo senza batter ciglio; anche a noi pareva di vivere in un mondo lontano ...

Ma non solo raccontava il nonno. Quando capitava l'occasione ci faceva anche vedere cose interessanti che ricordavano il passato del villaggio. Di tanto in tanto ci conduceva sul sacrato, dal quale si dominava il paese e un bel tratto di valle. E ogni volta aveva qualche cosa di nuovo da farci osservare e da spiegarci. Altrettanto nella chiesa, dove non si mancava mai di entrare. Li compariva sovente a farci da cicerone il curato, un uomo sulla sessantina, sorridente e gioviale; la conversazione prendeva allora un altro tono, e per lo più si finiva nel tinello della canonica.
Una volta il nonno ci accompagnò a visitare il «Palazzo» che si trova nel centro del paese, col suo giardino cinto da un alto muro, dall'aspetto signorile e severo, ora disabitato.

Un'altra volta ci condusse dalla Mira e la pregò di mostrarci il suo mulino. La vecchietta ci accolse con gioia, ci spiegò il funzionamento delle macine, della ruota a pale, delle tramogge e dei buratti, ci fece vedere come si manda l'acqua del bottaccio sulla ruota. Alla fine ci disse: «Sono contenta che siete venuti a vedere. Ormai il mio mulino è l'unico del paese. Quando ero ragazza ce n'erano sei e tutti lavoravano. Ora di grano non se ne coltiva quasi più. Noi diventiamo vecchi e i giovani vanno altrove a lavorare!»

Di tutto faceva il nonno per soddisfare le nostre curiosità e la nostra sete di sapere. Pareva desideroso di affidare alla nostra memoria quanto aveva visto e appreso durante la sua lunga vita. «Anche i nostri piccoli paesi», diceva, «hanno una loro storia che merita di essere ricordata. Fatela conoscere ai giovani quando sarete grandi!»

In una cosa il nonno non ci accontentava. Mai che ci conducesse a vedere il castello, sul promontorio boscoso sopra la Fattoria; anzi, evitava di parlarne.

«Nonno, ci conduci al castello?»

Lui scuoteva la testa. «No, ragazzi, lassù non andiamo. La salita è pericolosa. Da questa parte non c'è neppure una strada!»

Punto convinti domandammo alla zia: «Zia Gertrude, perché il nonno non ci conduce lassù?»
«Ma!?... avrà le sue ragioni. Come siete molesti voi ragazzi! Lasciatelo in pace, sarà stanco, povero uomo!»
La cosa ci pareva strana; tanto più che, discorrendone coi cugini e altri ragazzi, avevamo saputo che il monte vicino al castello una volta apparteneva al nonno. Carlotto, che ne sapeva sempre più degli altri, diceva addirittura: «Vostro nonno ha fatto uno sproposito a vendere il monte del castello, uno dei più belli del paese!»

Un giorno, arrivando alla Fattoria, trovammo il nonno che picchiava con la costola di una piccola scure sul tronco del castagno. I colpi risuonavano nell'interno cupi e cavernosi.

«Cosa fai, nonno»? gli domandammo dopo essere rimasti un momento a guardare.

«Gli tasto il polso!» rispose senza voltarsi.

«A chi tasti il polso?»

«Al castagno! È male in gamba anche lui, poveretto. Questo albero ha più di duecento anni!»

«Come fai a saperlo, nonno?»

«Ai cavalli, per saperne gli anni, si guarda in bocca; agli alberi si contano nella pancia!» rispose lui, ridendo poi della sua sortita. In seguito ci spiegò che gli alberi, crescendo, aggiungono ogni anno un nuovo strato legnoso al loro spessore; e che gli strati appaiono nel tronco come anelli concentrici. «Naturalmente», continuò il nonno, «per poter contare gli strati e quindi gli anni bisognerebbe tagliare l'albero. Nel nostro caso non servirebbe a niente, perché questo tronco è vuoto, roso dai tarli e dalle tarme. L'età del castagno l'ho invece ricavata da un vecchio registro che trovai nella Fattoria. Un tale, che si diceva castaldo «dei Signori», e a quanto pare era molto scrupoloso nel tenere i suoi conti, scriveva più di due secoli fa: – Pagato al Chiavennasco per due alberelli di marroni di Santa Croce da piantare davanti alla Fattoria, soldi tanti... – Più sotto in una nota posteriore aggiungeva: – Venni informato che il Chiavennasco i marroni li aveva rubati; ma io non lo sapevo e li ho pagati sacrosanti ... – Il nonno sorrideva di quel bravo castaldo che s'ingegnava di tenere in regola non solo le partite della sua contabilità, ma anche quelle della sua coscienza, e concludeva: «I marroni del Chiavennasco non possono essere che questi qui. Corrisponde il posto e corrisponde anche la qualità dei frutti. Uno è stato abbattuto, l'altro, come vedete, è ancora qui a tenerci compagnia!»

«Nonno, chi erano i Signori?»

«Non fu sempre nostra la Fattoria?»

Il nonno fece un gesto con le mani e disse: «Pazienza, ragazzi, una domanda alla volta! Non ho che una bocca per rispondere!» Stette un momento a pensare, poi continuò: «Noi li chiamavamo «i Signori» perché possedevano case e beni in quasi tutti i paesi della valle. Sapete il «Palazzo» che vi ho fatto vedere in mezzo al paese? Li i Signori stavano di casa».

«Perché non vi stanno più?»

«I vecchi sono morti e i giovani si sono trasferiti altrove. Quello che possedevano qui fu venduto. La Fattoria toccò alla nostra famiglia che la teneva in affitto da molti anni. Un tale che se ne interessava venne una volta a visitare questo fabbricato. Disse che era stato costruito insieme col «Palazzo» al quale apparteneva. Per un certo tempo fu anche posta di cavalli e albergo di cavallari. Già prima però doveva trovarsi sul posto una costruzione. Secondo certe cronache ci stava una guarnigione di soldati dipendenti dal castello ... Svelti, ragazzi, mettiamoci al coperto!... viene un'acquata!» disse d'un tratto il nonno interrompendo il suo discorso. Tra le fronde del castagno si sentiva infatti il picchiettio dei primi goccioloni.

Appena entrati ci mettemmo a perlustrare le stanze vuote della Fattoria. Ascoltammo sorpresi le nostre voci che risuonavano sotto le volte, il rimbombo dei nostri passi sui pavimenti tarlati; guardammo gli arabeschi che ornavano certi soffitti; scendemmo nelle cantine a vedere se ci fossero aperture o passaggi segreti ... Non era la prima volta che quelle stanze diventavano il campo delle nostre esplorazioni. Quel giorno i racconti del nonno e il tempo buio davano loro un'aria di mistero. Negli angoli oscuri ci pareva d'intravvedere figure truci di armati; nella penombra dei corridoi credevamo di trovarci a tu per tu con cavallari ubriachi; dietro un uscio socchiuso vedevamo di profilo il castaldo dei Signori ... no, quello non era un fantasma, era il nonno con la sua papalina che frugava tra vecchie carte!...

Forse fu appunto allora che ci nacque l'idea di andare sul promontorio a vedere il castello.

I ragazzi ci avevano raccontato che il castello, mezzo distrutto, era divenuto un covo di briganti. Questi avevano rubato e ucciso un bambino; per sottrarsi alla giustizia erano fuggiti per un passaggio sotterraneo che scendeva fino al fiume. Nella fretta avevano perduto il sacco del tesoro che nessuno aveva più trovato. Qualcuno aggiungeva che il sotterraneo aveva uno sbocco nella Fattoria. Poi il castello era divenuto luogo di convegno delle streghe che vi tenevano i loro conciliaboli notturni.

Credevamo noi a tutte queste storie? Dirò che tanto vere non ci parevano. Però ci piacevano e facevamo finta di crederle. Che cosa ne pensavano i grandi? Non potevamo saperlo, perchè non ne parlavano, come se temessero di svelare un segreto.


Al castello bisognava quindi andarci da soli e all'insaputa dei grandi. Ciò corrispondeva anche ai nostri gusti e rendeva più seducente l'impresa. Ci mettemmo d'accordo e un pomeriggio di settembre ci trovammo in un campo, nascosti dietro un alto muro. Eravamo in tre: mio cugino Giorgio, mio fratello e io. Uno portava in spalla una piccola pala, l'altro una piccozza arrugginita, il terzo una roncola sospesa a tracolla; erano strumenti di lavoro, ma per noi figuravano anche armi. Mancava ancora Canotto, il più grande della banda, che si vantava di essere già stato lassù e, senza esserne richiesto, si era messo a capo della spedizione. Arrivò poco dopo sventolando una piccola bandiera. «Guardate che cosa porto io!» disse tirando fuori con riguardo una vecchia pistola. Ci avvicinammo a osservarla pieni di rispetto e di ammirazione.
I tre

Stavamo per metterci in cammino quando una vocina venne dall'altra parte del muro.

«Martino!... Giorgio!... dove siete?»

«Maledizione! ... siamo traditi! ... la Chiarina viene a cercarci!» esclamò mio fratello.

Si tenne una rapida consulta.

«Siamo in guerra e non vogliamo donne! Se c'entrano le donne non giuoco più e me ne vado!» disse Carlotto con la solita spavalderia.

«Ci nascondiamo?»

«È inutile! Ci ha scoperti e l'abbiamo alle calcagna!» «Le facciamo paura?»

«Si metterebbe a strillare e farebbe accorrer gente!» Allora mi venne un'idea.

«Tutti zitti e ai vostri posti! A parlamentare ci penso io!» dissi in tono risoluto. Di li a poco sbucò di dietro al muro la testolina bionda e ricciuta di mia sorella.

«Dove andate?... con tutti quegli arnesi?...» domandò dopo un momento di esitazione.

«Andiamo nell'orto di zia Veronica ad acchiappar topi selvatici!» risposi serio e sfrontato.

La povera piccina sgranò gli occhi, girò sui tacchi e si allontanò di corsa. Noi durammo fatica a trattenere una risata.Qui occorre che vi spieghi. Era capitato qualche tempo prima, che noi, andando a zonzo per la campagna, avevamo preso un topo vivo: una di quelle bestiole dal muso corto e ottuso che scavano tane nella terra dei campi. L'avevamo chiusa in una piccola gabbia e portata a casa per farla vedere. La Chiarina, che aborriva i topi, s'era messa a urlare; e noi a correrle dietro, minacciando di far uscire l'animaletto dalla sua prigione. Ne nacque un pandemonio che zia Gertrude fece cessare armandosi di una buona scopa. Da quel giorno bastò ricordare la storia del topolino per far fuggire la Chiarina, spaventata e indispettita nel medesimo tempo. Questa volta, per ottenere maggior effetto, aggiunsi il nome di zia Veronica.

Facevo male, lo so, a trattar così la sorellina che mi voleva un gran bene. Lo capii solo più tardi. Allora ero un monellaccio senza testa e non vedevo una spanna più in là del mio naso.

Inorgogliti da questo primo successo attraversammo i prati ed entrammo nel bosco. In principio c'era un sentierino a risvolte e salimmo per quello. Più su il sentiero si perdeva in un groviglio di arbusti ed erbacce che c'impedivano il passo. Carlotto girava cercando qualche traccia di passaggio battuto. Cercammo anche noi, ma inutilmente. Dovemmo rassegnarci a salire senza strada per il pendio ripidissimo. Strisciando sotto la ramaglia, aiutandoci anche con le mani, ci parve di essere arrivati in cima. Ma un nuovo ostacolo ci si parò davanti. Il pendio cominciava a diventar montagna: cioè, non proprio montagna, ma qualche cosa che le assomigliava. Da un terreno arido e duro affioravano rocce nude e ferrigne; qua e là qualche magro cespuglio. Eravamo già stanchi; il nostro entusiasmo cominciava a sbollire. Se dipendeva da noi saremmo tornati indietro. Ma Carlotto non era di questo parere. «Avanti! ...» urlò abbraccandosi ad un cespuglio e cominciando a salire. Non ci restò che seguirlo. Per fortuna quell'aspra salita era meno lunga di quanto paresse. Il terreno si fece meno ripido, entrammo in un bosco di abeti. Il camminare su quel tappeto di aghi bruni quasi ci divertiva; la penombra, dove a stento penetrava qualche raggio di sole, era piena d'incanti; i tronchi si elevavano diritti e uguali come colonne sotto le volte di una chiesa. Senza altre difficoltà arrivammo in vetta al promontorio.Al primo affacciarci a quello spiazzo erboso, circondato di fitte boscaglie, con quel tronco di torre solitaria, che spiccava grigia e massiccia sullo sfondo degli abeti, provammo un senso di delusione. Poco e misero ci parve quello che si vedeva. Nulla corrispondeva a quanto ci eravamo immaginato. Ci accostammo a quella povera torre scoperchiata, entrammo: quattro muri nudi e sopra un pezzo di cielo, niente altro. Di arrampicarci su per quei muri, neanche da parlarne. Si provò a scavare con la punta dei ferri; la terra era dura e compatta come roccia viva. Salimmo su quel cumulo di rottami che c'era li presso, smovemmo qualche pietra, frugammo tra i calcinacci e i rovi: nessun indizio che li sotto ci fosse qualche vuoto, qualche cunicolo segreto, qualche cosa insomma che appagasse le nostre aspettative.

«Tutto qui?» scappò detto a mio fratello.


«Che cosa credevate di trovare? la corte di un re con sale scintillanti e tavole imbandite?» rispose Carlotto beffardo.
Stavamo per abbandonare quel luogo così poco allegro, quando una piccola croce di ferro, piantata sulla sommità di una pietra, attirò la nostra attenzione. Ci avvicinammo a guardare: sui due bracci della croce erano incise due iniziali e una data.

Rimasi come se avessi ricevuto un pugno sulla testa. Era la stessa data che avevo vista, pochi giorni prima, sulla copertina bruna di uno scartafaccio del nonno. Approfittando di una sua momentanea assenza ero sgattaiolato nella stanza proibita. Non avevo avuto il tempo di vedere altro: sul tavolino lo scartafaccio chiuso con quella data: 13 settembre 1841. Che cosa voleva dire?

Croce

«È una di quelle croci che si mettono nei posti dove è morto qualcuno!» spiegò Canotto, altro non seppe dirci. Io stentai a nascondere il mio turbamento.

Andai con gli altri a vedere il monte del castello: una conca di prati con cascina, stalla e fienile. Dissi anch'io: «che bel monte!» Con gli altri ritornai verso la torre, quando Carlotto avverti che era tardi e bisognava pensare al ritorno. In realtà non vedevo e non capivo più niente. La mia mente era tutta presa dal pensiero di quella data. Che relazione c'era tra lo scartafaccio del nonno e quella croce piantata lassù? Mi pareva d'intravvedere un mistero: non riuscivo a spiegarlo e mi faceva paura.

Un momento dopo scendevamo per il bosco, in mezzo alla penombra che si era fatta più intensa, più fredda, meno amica. Non era il luogo per cui eravamo saliti; di un sentiero qualsiasi neppure la traccia. Però si camminava svelti, senza difficoltà.

Dopo qualche tempo il bosco cominciò a diradarsi. Pensavamo di essere in fondo, quando vedemmo Carlotto fermarsi di colpo.

«Che cosa c'è?»

«Venite a vedere!»

C'era che il pendio precipitava d'un tratto. Ci trovammo sull'orlo di un cornicione che tagliava il bosco di sbieco. Non era molto alto, ma abbastanza da rendere vano ogni tentativo di discesa. Sotto, un ammasso di pietrame con qualche cespuglio di nocciuoli. Incominciava a imbrunire; giù in basso si accendevano le prime luci del villaggio. La speranza di arrivare a casa prima di notte svaniva. Un brivido ci passò per le ossa.

«Che cosa facciamo?»

«Costeggiamo il ciglio fino dove finisce il balzo. Tutt'al più allunghiamo la strada!»

Camminammo per un buon tratto tenendoci a una certa distanza dal precipizio, ma senza perderlo di vista.

«Qui credo che si possa passare!» disse Carlotto che si era avvicinato all'orlo e allungava il collo a guardare. Infatti le rocce erano più basse. Si vedevano anche fessure e sporgenze da poter metterci il piede e aggrapparsi con le mani. Strisciando a ritroso, aiutandoci l'un l'altro, toccammo il fondo. Ma non c'era da perder tempo. Dal posto dove eravamo il villaggio non si vedeva più. Ci mettemmo a discendere di corsa per un pendio ineguale, cosparso di pietre e di cespugli, senza badare agli strappi, alle graffiature, alzandoci prontamente quando ci capitava di cadere. La smania di guadagnar tempo ci metteva le ali ai piedi.

«Ahi!»

Un grido acuto di dolore ci fermò improvvisamente. Giorgio giaceva raggomitolato per terra; si teneva con le mani una gamba e stringeva i denti per non urlare.

«Che cosa c'è?»

«Sono caduto... volevo venir giù... ho messo un piede in fallo!» rispose mio cugino gemendo.

«Che sia rotta una gamba?» balbettò uno.

«Non credo... mi fa male qui ... la noce del piede!...» «Niente paura!... è una storta... a star fermo un momento ti
passa!» disse Carlotto; ma si capiva che era inquieto anche lui. Un momento dopo Giorgio, sorretto da tutti noi, provò a rimettersi in piedi; ma subito ricadde tenendosi la gamba. «No, non posso!... lasciatemi stare!...»
L'oscurità era ormai completa. Nessuno ebbe più il coraggio di parlare. Nel silenzio che segui ci parve di sentire una voce lontana. Tendemmo l'orecchio, trattenendo il respiro... Un'altra voce, più vicina, più distinta, echeggiò nella notte.

«Giorgio! ... Gigi! ... Martino! ...»

«Siamo qui!...» urlammo tutti insieme riconoscendo la voce di Renzo.


La luce ondeggiante di una lanterna uscì dalle tenebre. Altre luci comparvero; voci chiamavano, altre rispondevano. Il primo ad arrivar sul posto fu mio cugino. «Ah, siete qui, brutti vagabondi!» fu il suo primo complimento; e dal tono si capi che aveva voglia di menar le mani. Si calmò quando gli dicemmo che Giorgio si era fatto male e non poteva camminare.
L'invalido
Giunsero anche altri che, dopo poche parole, si caricarono l'invalido sulle spalle per portarlo verso il paese, che per fortuna non era più tanto lontano. Più giù sentimmo la voce di Girolamo, il padre di Carlotto, che ci veniva incontro. Il nostro bravo capitano pensò bene di non aspettarlo e scese in fretta per un'altra strada. Noi, stracciati come ladri, con mani e gambe insanguinate e contuse, rientrammo nel villaggio...

Così fini la spedizione per la quale eravamo partiti pieni di fiducia e di baldanza.

Vi faccio grazia dell'interrogatorio a cui ci sottopose zia Gertrude e dei commenti delle comari venute premurose a informarsi. Dirò solo che il castigo, al quale eravamo preparati, non venne. Forse il nonno aveva interceduto in nostro favore.

Il giorno dopo zia Gertrude ci mandò alla Fattoria a portargli il desinare. Venne a sedersi al solito posto, ma pareva malinconico. A conclusione di non so quale discorso disse: «Tutto quello che facciamo può avere conseguenze inaspettate, buone o cattive, tanto per noi quanto per gli altri. Quando si è ragazzi non ci si pensa; le raccomandazioni di chi ne sa più di noi non le ascoltiamo; dopo sono guai... Ieri avete potuto farne l'esperienza!...».
Questo fu l'unico suo accenno alla nostra impresa. E fu anche l'ultima volta che ci trovammo a discorrere con lui sotto il vecchio castagno.

Pochi giorni dopo dovemmo ritornare in città coi nostri genitori.

*

L'estate seguente non potei andare lassù.

Quando ci ritornai, due anni dopo, il nonno riposava da molti mesi nel cimitero, sulla spianata dietro la chiesa. Anche il casta­gno non c'era più; una bufera lo aveva sradicato. Zia Gertrude mi parve molto invecchiata; mi fece tuttavia festa, mi disse che ero ormai diventato un uomo. La sera, trovandoci nella solita saletta, il discorso cadde presto sul nonno; se ne parlò anche in altre occasioni. La zia si commoveva ogni volta, ma non poteva fare a meno di ritornare su quell'argomento. Molte cose le avevo già apprese dalla mamma, ma lei aggiungeva particolari che non conoscevo ancora.

«t vero, zia, che il povero nonno provò gran dispiacere ve­dendo atterrato con le radici all'aria il castagno della Fattoria?».

«Dispiacere ne provammo tutti. Lì per li non parve che lui se ne rammaricasse più degli altri. Disse soltanto: – Il tempo fa il suo mestiere; l'albero era vecchio! – Però poco dopo si mise a letto. Non pareva ammalato ma si vedeva che le forze gli venivano meno. Un giorno volle che si chiamasse il prete. –Ne ho 85 sulle spalle, disse, bisogna prepararsi! – Poi andò lentamente spegnendosi. Ci salutò, tranquillo e fiducioso, come se dicesse: – Vado un momento alla Fattoria! – Povero uomo! Aveva le sue idee, ma era tanto buono e ci voleva un gran bene; anche a voi ragazzi voleva bene!»

Dicendo questo la zia si asciugava le lacrime.

Una volta mi arrischiai a domandarle: «E la storia del monte lassù?»

Lei mi fissò coi suoi occhi acuti ed ebbe un momento di esi• tazione. Poi disse sospirando: «Ora posso raccontartela. Vivo lui, no; ne avrebbe avuto dispiacere. Io l'avevo appresa da mia madre buon'anima. Devi dunque sapere che allora, sullo spiazzo davanti alla torre, andavano a sparare i mortaletti quando si celebrava qualche matrimonio. Una volta al nonno, che avrà avuto 17 o 18 anni, e a due suoi compagni venne la sciagurata idea di andar lassù a sparare: così per giuoco, per fare una burla, perché di matrimoni non ce n'erano. Ma la burla finì male. L'or­digno scoppiò mentre stavano caricandolo. Il più giovane dei tre, un ragazzo di sedici anni, mori sul posto essendogli penetrata una scheggia nella gola. Gli altri due, di cui uno era il nonno, rimasero solo feriti; ma anche per loro seguirono tempi molto tristi. Oltre allo spavento per la morte del compagno, furono sottoposti a lunghi interrogatori. La madre della vittima, acce­cata dal dolore, li accusava addirittura di averle ucciso il figlio; in paese erano segnati a dito; anche in casa venivano trattati duramente. Quell'anno il nonno dovette troncare gli studi a cui si dedicava con passione. Allora non ne potè più. Voltò le spalle al paese e andò in giro per il mondo come un disperato. Ritornò dopo non so quanti anni. Appena ne divenne padrone si sbarazzò di quel monte vendendolo a una famiglia del paese vicino. I parenti erano contrari, ma egli fu irremovibile...»

Alcuni giorni dopo zia Gertrude mi accompagnò alla Fattoria. Senza parlare infilò il portone, salì le scale e con mia grande sorpresa mi condusse nella camera che il nonno teneva sempre chiusa.

«In questa camera il nonno stava da ragazzo. Volle che restasse sempre così. Ci teneva le sue cose, delle quali era molto geloso... Ecco i quadri... la lucernina di rame... lo scaffale dei libri...»

Mi accostai a leggere i titoli dei volumi allineati sui palchetti. Vi erano vecchi libri di scuola, una cronaca del paese scritta a mano, il libro dei conti del castaldo rilegato in pergamena, il Vangelo ... Mi sporsi poi a guardare un quadretto sospeso sopra il tavolino. La zia lo staccò dalla parete per farmelo veder meglio. Sotto il vetro c'era il disegno a matita di una casa col ballatoio di legno. Guardai la zia interrogandola con gli occhi. «Questa, spiegò lei, è la casa di Richetto, il ragazzo perito lassù. Molti anni più tardi sua madre, vecchia e inferma, mandò a chiamare il nonno e gli disse il suo rincrescimento per il torto che gli aveva fatto accusandolo ingiustamente. E volle che accettasse il quadretto fatto da suo figlio quando andava a scuola...»

Qui la zia s'interruppe e si mise a cercare in un cassetto. Ne tirò fuori alcuni scartafacci e me li mise davanti dicendo:

«Ecco quello che il nonno scriveva... potrai leggere...»

Presi il plico e seguii la zia che sembrava frettolosa di uscire. Ritornammo in silenzio verso casa.

Tra gli scartafacci trovai quello dalla copertina bruna con la data di cui sapevo ora il significato. Vi si rifaceva la storia che ormai conoscete: inutile ripeterla. Vi dirò solo quello che il nonno scriveva nelle ultime pagine; servirà da conclusione anche al nostro racconto. Eccovi le sue parole:

«Quella sciagura mi aveva riempito di un cupo spavento; nel mio cuore si era aperta una piaga che continuò a sanguinare per molti anni. I luoghi che me la ricordavano mi erano divenuti odiosi; odiavo anche gli uomini che mi pareva fossero stati troppo duri e implacabili con noi. Andai lontano col proposito di non ritornare. Cercai di dimenticare buttandomi nel tumulto del mondo; inutilmente. La pace e la tranquillità le ritrovai qui, fra le montagne, riattaccandomi alle nostre tradizioni paesane, riconciliandomi con gli uomini, confidando nell'aiuto di Dio...

Una volta, nel fatto, vedevo solo un capriccio del destino che spezzava inutilmente la nostra esistenza. Oggi sono convinto che ha servito a qualche cosa ...

Dopo tanti anni potrei parlarne tranquillamente, come di una cosa che più non mi riguarda. Ma sono tanto abituato a nasconderla come una vergogna che non trovo le parole per raccontarla.

Mi sfogo scrivendo. Chi ha la pazienza di leggere queste righe forse ne ricava qualche ammaestramento».